Come presentare con un linguaggio inclusivo

Come usare un linguaggio inclusivo per presentare un evento, senza discriminazioni, facendo sentire chiunque a proprio agio?
Sfruttando la ricchezza della lingua italiana.

Chi usa le parole per lavoro, non può prescindere dalle trasformazioni linguistiche in atto. E a dirla tutta, chiunque dovrebbe considerare in modo serio e aperto la necessità di un modo di esprimersi che tenga in considerazione ogni persona e ogni genere. Questo, semplicemente, perché il mondo e la società sono in costante cambiamento da sempre, e scegliere di non seguire il corso delle cose non porta alcun vantaggio.

Per chi ha fatto della parola una professione, sia chiaro: non si tratta di schierarsi, ma solo di adeguarsi alla realtà.

 

Ieri e oggi

Fino a pochi anni fa, la tradizionale formula di apertura “Signore e signori” mi sembrava sempre la più adatta, perché semplice ed elegante al contempo. Negli spettacoli con un tono più internazionale, diventava anche “Ladies and Gentlemen, Meine Damen und Herren, Mesdames et Messieurs”.

In seguito, ho cominciato a interrogarmi sull’opportunità di utilizzare ancora un linguaggio con riferimenti prettamente binari. Se da una parte è vero che le parole che ho scritto sopra non sono offensive, è anche vero che tendono a escludere chi non si riconosce nei generi femminile e maschile.

Se non ricopre un ruolo artistico, chi presenta per professione ha il dovere di far sentire a proprio agio chiunque abbia davanti, con educazione e cortesia. Differente può essere il caso di chi, oltre a condurre l’evento, ricopre un ruolo artistico; per esempio, chi fa cabaret, stand-up comedy o altro, che potrebbe scegliere di essere meno rassicurante a fini di intrattenimento (coerentemente con il contesto, s’intende).

Ammettiamolo: la lingua italiana non ci agevola molto in questo compito, se vogliamo riferirci a una platea più ampia possibile. Ma va considerato che noi che parliamo, tutto sommato, non dobbiamo confrontarci con altre difficoltà della lingua scritta, attualmente alle prese con l’uso sperimentale di *, ə, @ (asterisco, schwa/scevà, chiocciola) e desinenza -u come forme neutre inclusive.

 

Un metodo per presentare con un linguaggio inclusivo

Il metodo che sto imparando a utilizzare a questo scopo necessita di un po’ di sforzo in più, soprattutto per chi ama parlare anche a braccio.  Io stesso faccio parte di questa categoria, quindi lo posso dire con cognizione di causa: non è una passeggiata. Ma posso assicurare che regala anche parecchie soddisfazioni.

Mi sono più volte chiesto se il mio modo non fosse solo una scappatoia. Ma recentemente mi sono imbattuto in un volume estremamente interessante (e consigliatissimo): Il nuovo galateo di genere di Samuele Briatore, che propone praticamente la medesima soluzione. Quindi se il «presidente dell’Accademia Italiana Galateo, coordinatore del Master in cerimoniale, galateo ed eventi istituzionali […] presso Sapienza Università di Roma» (descrizione presa dal sito di Newton Compton) è giunto alla medesima conclusione, mi sento rassicurato.

Il segreto è usare la lingua italiana nelle sue sfumature, sfruttando le possibilità della perifrasi (cioè, come spiega il sempre utilissimo vocabolario Treccani, «usare, anziché un termine unico, un insieme di parole che quel termine definiscono o suggeriscono, sia per chiarirlo meglio, sia per evitarlo in quanto troppo tecnico, troppo realistico o inopportuno»).

Usare termini non caratterizzanti riguardo le persone, per quanto difficile, è tutt’altro che impossibile: è ciò che ho tentato di fare in questo post.

Questo metodo per usare un linguaggio inclusivo è utilizzabile in qualunque contesto, indipendentemente dal pensiero della platea: chi ha opinioni differenti sulla tematica dell’identità di genere non noterà alcunché, se non un eloquio ricco e articolato.

Sia chiaro: in questo post ho trattato l’argomento dell’inclusione focalizzandomi sull’identità di genere. Ma l’inclusione riguarda anche l’età, l’etnia, l’aspetto fisico, lo stato sociale e qualunque altra caratteristica possa essere discriminata. Nella maggior parte di questi casi, più ancora che la lingua, è bene impiegare innanzitutto il buon senso.

 

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Attilio Reinhardt
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